MondoVisione Tour, Luciano Ligabue fa sold out all’Olimpico e incanta Roma

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Era il lontano 15 luglio 2002 quando per la prima volta nella mia vita sono andata a un concerto in uno stadio. Allora, come oggi, era l’Olimpico di Roma e il motivo era sempre lui, Luciano Ligabue. Il tour era “Fuori come va?”, la giornata era stata caldissima ma poco prima del concerto cominciò a diluviare in stile “giudizio universale”. Probabilmente al suo posto chiunque altro avrebbe annullato tutto ma il Liga no, non s’è risparmiato e si bagnò come tutti noi, suonando, cantando, correndo da una parte all’altra del lungo palco, proprio come noi, che per stare lì sotto abbiamo sostenuto file estenuanti e corse all’ultimo respiro. Ci regalò uno spettacolo unico, che è rimasto nella sua e nella nostra memoria. La prima volta non si scorda mai, ma da allora ho ripetuto questo appuntamento per altre tre volte – compreso il concerto evento Campovolo del 2005 – e l’altra sera, il 31 maggio 2014, è stato un altro momento da ricordare eternamente, col sorriso sul volto, il MondoVisione tour.

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Sono passati anni, molti di più, da quel 1992 quando per la prima volta comprai un album del Liga. “Lambrusco, coltelli, rose & pop corn”. Era una musicassetta, roba che se lo dici agli adolescenti non sanno nemmeno cosa sia. L’ho consumato quel nastro, ascoltandolo a ripetizione a tutto volume nella mia stanza, ballando e cantando come una matta. La grinta di allora non è mai passata, ma Luciano è maturato, come è giusto che sia ai suoi 54 anni portati divinamente. Ammetto che mi ha fatto un certo effetto vederlo con il nuovo look, capello corto e brizzolato. Un mio amico (appassionato del Liga anche più di me) scherzando ha detto che così “sembra il nonno di Ligabue”. Battute a parte, è così lontano dal suo fascino così “indio” con la sua chioma lunga e ribelle, il colore più scuro e intenso, le camicie a manica corta o le t-shirt. E i suoi inseparabili camperos. Stavolta è salito sul palco in jeans ma con la giacca gessata, gli stivali che si sono modernizzati in una linea più “classica”, pochi fronzoli e molta sostanza. L’aspetto è diverso, ma l’intensità è sempre quella, forte, vigorosa, contagiosa. Così come la sua voce inconfondibile e piena.

Ogni volta che ho il piacere di vedere Ligabue dal vivo provo sempre quella sensazione di affetto sincero, per me è come un amico, anzi di più, un familiare, qualcuno che ha condiviso con me – seppur inconsapevolmente – tutta la mia vita, almeno da 22 anni a questa parte. Ieri in 60 mila eravamo lì per amarlo ancora una volta e cantare con lui, godendo di uno spettacolo pieno di luci, armonia e sano rock. E’ innegabile che le cose siano cambiate. Il palco è più piccolo, non si estende più per decine di metri, non ci sono più infinite passerelle su cui Luciano si faceva letteralmente i chilometri per due ore e mezza di concerto. Immancabile, invece, la passerella centrale, per essere più vicino ai ragazzi del prato, ma stavolta non si corre, si cammina. I tempi delle corse sono finiti. Ed è giusto che sia così, perché il tempo passa per tutti e mi accorgo che non sono solo io ad essere arrivata ai 37 anni, il tempo passa anche per Luciano.

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Non lo vorremmo mai, pensiamo ai nostri idoli sempre uguali, ma non può essere così. Ed è proprio questo che amo di più di Ligabue: la sua onestà intellettuale e la sua umiltà. La serena accettazione degli anni che passano e, sebbene abbia appena 54 anni e di tempo per concerti e album ne ha ancora parecchio, accetta questo cambiamento e si evolve. Piuttosto che fingere di fare l’eterno rocker ribelle, diventando la pietosa caricatura di se stesso come molti altri fanno, il Liga guarda dietro di sé con soddisfazione e gratitudine, e guarda davanti a sé con consapevolezza e intensità. Lo si capisce bene anche dai suoi pezzi. Dai suoi 50 anni, con il bellissimo e maturo “Arrivederci, mostro!” il suo tono è diverso. Non è tanto la musica a fare da padrona (che pure ha subito un cambiamento più duro) quanto i testi, le sue parole sofferte, talvolta nostalgiche, piene di quel vissuto e di quella vigorosa potenza espressiva che sono il risultato di una vita ben spesa e goduta al massimo. Anche dal vivo Liga non parla più tanto come prima, lascia che siano le sue canzoni a farlo per lui e ci riesce sempre benissimo, con la sua voce, sempre la stessa, profonda, particolare, inconfondibile.  Una voce che resta identica, familiare, amata. La battuta sul “sindacato dei cantanti di una certa età” la dice lunga. “Il tempo passa ed io lo so, lo sento, ma sono ancora qui a tenere botta perché amo quello che faccio e amo tutti voi”, è questo il retro testo che ho letto io ieri sera.

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Sfida la sorte lasciando cantare solo noi per tre canzoni a metà, famose sì, ma pur sempre vecchiotte. Ma lui può permetterselo, perché noi, il suo pubblico fedele, siamo preparati, lo amiamo da sempre e glielo abbiamo dimostrato, una volta di più. Anche la scelta dei brani in scaletta è stata particolare,molte canzoni del nuovo disco (quasi tutte in realtà) che passano in radio da mesi come Il Sale della terra, Per sempre, Il muro del suono, Nati per vivere, Siamo chi siamo, Sono sempre i sogni a dare forma al mondo, Ciò che rimane di noi, Il volume delle tue bugie, la bellissima La neve se ne frega (titolo del suo romanzo). Poi tanti pezzi cult, da Ho messo via, Non è tempo per noi, Certe notti, Balliamo sul mondo, Urlando contro il cielo, Viva, Quella che non sei, Piccola stella senza cielo, Il giorno di dolore che uno ha… fino ad arrivare a pezzi storici ma un tantino bistrattati, tipo L’odore del sesso, A che ora è la fine del mondo e Lambrusco e Pop Corn, che non fa praticamente mai. Io l’ho cantata a squarciagola e ho saltato come una pazza (infatti oggi sono un rottame) ma i più giovani intorno a me non sapevano nemmeno una parola e ho riflettuto sul fatto che quando uscì questo pezzo molti di loro non erano nemmeno nati. Questa è un’altra bellezza di Ligabue. Ai suoi concerti trovi tutte le fasce di età, dai più attempati, agli over 30 come me, ai ragazzi e persino genitori che si sono portati i bambini al seguito. Perché lo spettacolo di Liga appaga tutti ed è per tutti, non per qualunquismo, come qualche detrattore sostiene, ma perché prima di essere un vero artista a tutto tondo, è soprattutto una bella persona, uno di quelli che quando parla arriva dritto al cuore, senza percorsi contorti, senza aiutini. Perché lui è uno di noi, nato da una famiglia unita ma semplice, in un paesino che non ha mai abbandonato, attorniato da amici che non ha mai perso, che sa cosa significa lottare per ottenere quello che vuoi, che ha fato tante cose diverse, che ha raggiunto la notorietà a 35 anni suonati, dopo numerosi tentativi andati a vuoto.

Nell’era dei talent del consumismo preconfezionato quello che ha fatto Liga in questi lunghi anni di carriera è quasi impensabile, eppure ci è riuscito, senza mollare e, cosa più importante di tutte, senza scendere a compromessi e senza tradire se stesso e i suoi fan. Sono cose che si sentono, che passano attraverso le sue canzoni. Ha cantato ovunque, dalle piazze  ai palazzetti, ai teatri, agli stadi, agli ex aeroporti e persino alla Royal Hall di Londra. Ha scritto racconti e romanzi, ha girato due film come regista (di cui uno, Radiofreccia,  è diventato un piccolo cult) con degli attori che allora erano semi sconosciuti e oggi sono l’orgoglio del cinema italiano nel mondo. Insomma, non si è fatto mancare nulla. Ha dato tutto se stesso, ma ha saputo scindere il pubblico da privato. Sempre riservato, è riuscito a preservare la sua famiglia e i suoi affetti con tatto e dignità, nulla è mai stato dato in pasto ai media, al gossip di bassa lega, agli scandali che fanno tanta pubblicità, soprattutto quando non riesci a fare altro di buono. Persino i ladri che gli rubarono in casa si pentirono e gli restituirono tutto (o quasi). Anche le polemiche di basso bordo le ha lasciate lì dov’erano perché, come lui stesso canta “rispondere agli insulti è solo bassa promozione”. Non le ha mai mandate a dire, ma con classe, con signorilità, con onore. E con i fatti.

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E’ vero che ieri sera non c’erano corse sfrenate né i palchi immensi a cui ci aveva abituato, ma uno molto ben progettato con un moderno maxischermo curvo a 180 gradi. Non  c’erano eccezionali effetti speciali perché tutto è stato pensato e realizzato per stare attorno a lui, intimamente, come si fa tra amici, solo che ieri eravamo 60 mila, che aggiunti agli altri di venerdì fanno 120 mila, due sold out in due giorni. Ieri per la prima volta non ero sul prato, ma in tribuna. Non ho più l’età per fare certe cose, me ne sono resa conto al “Nome e cognome tour” ma anche da lì lo spettacolo è sempre stupendo. Lo guardavo sulla passerella, una persona sola, che lì in mezzo sembra così piccola ma che riesce a coinvolgere un pubblico così vasto, così affezionato, così presente. Era emozionato, lo si vedeva chiaramente. Ogni volta appare sempre un po’ incredulo ad ammirare quello spettacolo umano che ha sfidato temporale, camminate chilometriche e file estenuanti per poterlo ascoltare dal vivo. Un simile sforzo merita ricompensa e lui è generoso, non si risparmia. Se il fisico è un po’ più stanco (come il mio), lo spirito è presente e appagante. Cerca di rinnovarsi anche nei classici con arrangiamenti nuovi, diversi, che si adattano al momento vissuto.

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Ieri sera mi è stato chiaro, il tempo passa per tutti, ma non sempre questo è un male, anzi. Ho apprezzato, oggi come ieri, la sua umanità, la sua artisticità, la sua esperienza, la sua anima. Perché quando un artista crea, qualunque cosa sia, dà via un pezzetto di sé, si mostra per ciò che è, per cosa prova, per cosa vede. La rabbia giovanile del rocker emiliano si è trasformata in qualcosa di diverso: consapevolezza, ma anche introspezione, analisi profonda, amarezza, nostalgia e allo stesso tempo forza e grinta. Non c’è rassegnazione, ma modi diversi di esprimere il proprio dissenso, la fragilità, il dolore, l’amore, l’emozione.

Ieri sera, dopo quattro concerti memorabili, ho mandato a Liga un bacio speciale, alla fine del concerto. Il bacio di chi si accomiata. Quello che abbiamo vissuto è stato intenso e bellissimo e continuerà ad esserlo, anche quando un giorno (spero il più lontano possibile) Luciano deciderà di ritirarsi a vita privata. Perché farà sempre parte della mia vita, colonna sonora dei miei anni più e meno belli, indelebile e protagonista. No Luciano, non ti lascio, questo è certo, ma il tempo degli stadi è finito per me, ho voglia di ascoltarti in modo diverso, in un modo che non ho mai fatto, forse a teatro, forse in un palazzetto. Non sarà la stessa cosa, lo so, ma anche tu sei diverso ora e sono davvero grata e felice di aver vissuto con te la tua trasformazione e il tuo trionfo. Grazie Luciano, di tutto. Ieri, ancora una volta, è stato un giorno memorabile, un giorno da Liga!

 

Gisella Calabrese

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