I Muse atterrano con la loro astronave di luci, fuoco e colori allo Stadio Olimpico di Roma, ecco il concerto dell’anno

inizio col bottoooo

Prometteva di essere un grande concerto, è stato decisamente l’evento musicale dell’anno. I Muse – al secolo Matthew Bellamy, Chris Wholstenholme e Dominic  Howard – hanno chiuso a Roma con un sold out le tappe italiane del loro Unsustainable Tour 2013 col botto. Oltre 60.000 fan adoranti che hanno atteso sotto diluvio, caldo e afa per assistere alla tanto attesa performance del trio inglese. Io avevo i biglietti da Natale, tribuna Monte Mario, e ogni giorno era un giorno in meno verso la fatidica data del 6 luglio 2013!

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Partiamo prima con un po’ di numeri. E’ una piccola città quella che i Muse si portano dietro per questo tour mondiale.  Oltre 200 persone per la produzione “on the road”, 45 Tir che trasportano 1000 tonnellate in equipaggiamento e potenti generatori elettrici, che alimentano il palco con 3000 Amp, 12 cuochi che preparano 600 pasti al giorno, 250 persone che si occupano solo di montare e smontare tutta la gigantesca impalcatura, ogni volta per la tappa successiva. Ben 4 giorni per settare tutto l’imponente show. Se tutto questo vi sembra incredibile, aspettate di vedere lo spettacolo e vi ricrederete. E’ molto, molto di più.

Una festa per gli occhi e soprattutto per le orecchie. Un evento da far accapponare la pelle, perché lo spettacolo è grandioso, ma la musica è sempre protagonista, vigorosa e coinvolgente come sa essere sempre quella composta dai Muse. Un palco sterminato, un’immensa struttura simil navicella spaziale, animata da una superba computer grafica, laser e maxischermi triangolari, ben sei ciminiere (alte quando un palazzo di quattro piani) che sputavano lingue di fuoco a ritmo di musica, così potenti che il calore si sentiva fin sugli spalti (figuriamoci quelli che erano sotto). Dal palco principale una passerella di cento metri si estendeva fino al centro dello stadio, illuminata da quattordici neuroni posti a destra e a sinistra, con il pubblico in visibilio per avere Bellamy a così pochi metri di distanza da poterlo quasi toccare.

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Sono le 20.45 circa quando uno speaker dal palco ci annuncia che i Muse hanno scelto proprio la data di Roma per fare il DVD del tour e le urla gioiose di noi tutti presenti si sprecano. Una telecamera enorme, montata su fili quasi invisibili che attraversano l’intero Stadio Olimpico romano, si mostra per delle riprese (probabilmente di prova), in attesa che il concerto inizi. Partono le ole dall’estremità di Tribuna Tevere, ne avrò contate almeno 5. Siamo impazienti, le lancette corrono e tutti noi non vediamo l’ora di vederli, finalmente dal vivo. Sono le 21 in punto quando parte un rif conosciuto, quello di Supremacy, che apre The 2nd Law, l’ultimo album di studio della band uscito il 2 ottobre 2012 che ha venduto oltre un milione e mezzo di copie nel mondo (senza contare quelle scaricate da internet), le ciminiere poste sul palco lanciano alte lingue di fuoco a ritmo di musica. Uno spettacolo pazzesco: luci, colori, raggi laser ed eccoli sul palco, Matt immancabilmente coi pantaloni rossi, camicia bianca a righe nere, impeccabile (ma per pochissimo, poi si scatenerà) e finalmente parte la festa della musica.

Con Panic Station balliamo tutti, anche i potenti della terra, riprodotti nel maxischermo centrale a mo’ di cartoni animati. Prima Barak Obama, poi la Merkel, persino Papa Francesco e Putin…e ovviamente tutti noi “Musers”, estasiati da un simile spettacolo per gli occhi, oltre che per le orecchie. Arriva Plug In Baby, con quel rif giudicato dai critici come uno dei dieci più belli mai composti, e l’Olimpico va in visibilio. Si balla e si canta a squarciagola, anche se spesso le canzoni dei Muse sono incantabili, se non dalla voce inconfondibile e unica di Matt Bellamy. Seguono Map of the problematique (che io adoro) seguita da Resistance, in cui Matt e il bassista Chris, se la fanno di corsa fino al centro della passerella. La musica è potente, si sente vibrare il cemento dell’Olimpico sotto i piedi.

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Arriva il momento di Animals, con gli schermi che diventano indici Mibtel e il palco si trasforma in un enorme Piazza Affari, con un banchiere in giacca e cravatta sullo schermo che poi si materializza anche on the stage, passeggiando sulla passerella, lanciando e strappando soldi speciali, i Museuro 2013, con i volti della band stampati sopra (alcuni tra i fortunati ad averli presi li hanno messi in vendita all’asta su eBay). Nessun valore, se non quello simbolico. Spettacolo sì, ma sempre con un occhio rivolto all’attualità. Una velata denuncia di come i soldi stiano comandando le nostre esistenze, in cui l’unico valore che conta sembra essere solo quello della Borsa, quelli dei mercati finanziari, quelli dei soldi.

Poi arriva l’omaggio all’Italia, ai film di Sergio Leone e alla musica de maestro Ennio Morricone in particolare. Chris suona magistralmente The man with a Harmonica per introdurre Knights of Cydonia. E’ stato un momento di pura poesia, tutti in silenzio fino alle prime parole della canzone. Superbo. Seguono nell’ordine Explorers, Interlude, Hysteria, Monty Jam e la cover Feelin good (canzone di Leslie Bricusse e Anthony Newley), ormai diventata più famosa dell’originale, in una versione rock e velocissima. Una donna, vestita da broker, si dirige alla fine della passerella dove la attende un distributore di benzina: lei ci si fa il bagno e la beve, fino ad accasciarsi a terra. Altra metafora, ben poco velata, sull’oro nero che continua a dettare legge sui mercati e nei nostri sempre più esigui portafogli.

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Segue quello che per me è stato il momento più emozionante: partono le note di Follow me e Matt la dedica al figlio, in italiano perfetto (il bimbo in questione è il piccolo Bingham, avuto dall’attrice figlia d’arte Kate Hudson, il suo italiano perfetto invece si deve a dieci anni di fidanzamento con una psicologa italiana e allo studio di registrazione Bellini che Matt e la band hanno creato sul lago di Como). Un momento potentissimo, musica vigorosa, lo stadio illuminato con tutti i colori possibili, un arcobaleno di suoni, immagini e sfumature, Matt che canta col cuore, inginocchiato sulla passerella, le mani al cielo…ed io mi sono commossa. Quanto può essere potente la carica emozionale che certe canzoni ci trasmettono? E’ indescrivibile. Per Liquid State Matt lascia il microfono a Chris, che paga forse un po’ di emozione non preventivata. Segue la favolosa e raffinata Madness, con Matt che indossa occhiali speciali (che mi ricordano un po’ Bono Vox) che riflettono le parole della canzone e lui che gioca con la telecamera (chissà come deve essere questo momento sul DVD!).

 

 

Introdotta dalle note di House of the Rising Sun, che cantiamo tutti insieme dall’arpeggio di chitarra di Bellamy, arriva la potente Time is Running Out e lo stadio si colora di rosso, sul prato si poga di brutto, sugli spalti si salta come se non ci fosse un domani. L’astronave alle spalle della band si trasforma, si frammenta in centinaia di piccoli televisori per la bella Stockholm Syndrome. Eravamo già paghi così, non pensavamo si potesse fare di più e invece veniamo stupiti di nuovo. Si alza dal palco un pallone aerostatico dalla forma di una gigantesca lampadina illuminata. Vola sulla passerella e sul pubblico del prato lentamente, con delicatezza, sulle note della struggente Unintended quando spunta fuori dalla lampadina una ragazza, come una farfalla dal suo bozzolo, una bellissima acrobata di bianco vestita, che dispensa coriandoli fluttuando in cielo come un angelo, sulle note della canzone, a cui segue Blackout. Questo momento alla Cirque du Soleil tocca l’apice della sua poesia sulle note di Guiding lights, in cui Bellamy è steso sulla passerella e canta ad occhi chiusi, per un lieve istante la sua mano e quella dell’acrobata si sfiorano, si tengono e poi si lasciano, in un tripudio di coriandoli sparati in cielo dai cannoni posti lungo la passerella. Pura poesia! L’olimpico si illumina di stelle, dal prato e dagli spalti tutti con cellulare acceso, a simulare i vecchi accendini dei concerti di una volta, per sottolineare la ballata struggente. Che spettacolo! Sembravamo tutti migliaia di lucciole.

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Ci si ricompone per Undisclosed desires, ballando insieme a Bellamy con le mani ondeggianti di tutto lo stadio. Sembra che sia finito e invece no. Il trio di Devon torna sul palco, con un comprensibile cambio d’abito sulle note di Unsustainable, in cui sugli schermi passano immagini di un mondo post apocalittico, sembra un video, poi capiamo che sono alcune scene di World War Z, l’ultimo film di Brad Pitt sugli Zombie per il quale i Muse hanno composto la colonna sonora (altro colpaccio, dopo la quadrilogia del blockbuster Twilight).

Fa la sua entrata in scena Charles, il robot con gli occhi di fuoco, alto più di quattro metri. I ragazzi della band sembrano puffi accanto a lui. Tutto si tinge di rosso e parte l’amatissima Supermassive Black Hole. Manco a dirlo, cantiamo tutti a squarciagola. Segue una delle mie preferite in assoluto, Survival, la colonna sonora ufficiale delle Olimpiadi di Londra 2012. Potentissima, da concerto ancora di più. Da qui parte il secondo bis della serata con le famosissime Isolated System, Uprising e la chiusura stellare con Starlight, appunto. Luce di stelle…e proprio le stelle si sono viste sabato sera all’Olimpico. Un concerto epico. I gruppi creati su Facebook per il concerto si sprecano. Ed è comprensibile. Si stanno condividendo centinaia di foto e video.

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Io che ho avuto la fortuna di vedere gli U2 allo stadio Olimpico l’8 ottobre 2010 per il 360° World Tour posso affermare che lo spettacolo dei Muse di sabato sera era a quei livelli, altissimi livelli. Alla loro prima prova negli stadi, i Muse non hanno assolutamente deluso le aspettative. Hanno vinto e convinto, anche per quelli che erano lì spinti dall’ultimo album, quelli che li seguono da poco o quelli che c’eranoperché ci andavano gli amici. Un pubblico eterogeneo, ho visto gente di ogni età e questo è stato un valore aggiunto. Qualcuno ha detto che siamo stati protagonisti anche noi spettatori, ed è la verità. Siamo stati fantastici, calorosi e appassionati, persino intonati quando Matt lasciava che cantassimo noi al suo posto… 60.000 persone che cantavano all’unisono un suo pezzo, che emozione favolosa deve essere stata anche per lui.

I Muse hanno mostrato di essere veri animali da palco, Bellamy ovviamente più di tutti. Non si è mai risparmiato, la sua voce potente non ha mai perso di intensità, mai una stecca, mai un tentennamento. Pulita, vibrante, amata. Si sono dati al pubblico completamente, cuore, anima e corpo, con una passione coinvolgente, che ha catturato tutti, ma proprio tutti. C’è stato anche un fuori programma: Matt è sceso dalla passerella e ha fatto un bagno tra la folla, scortato dai bodyguard sempre sul chi va là, indossando come un mantello da supereroe la bandiera dell’Italia che qualcuno gli ha lanciato dalla folla. Il nostro supereroe per una sera.

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Questo concerto è stato davvero l’evento dell’anno. Il caldo, la stanchezza, il parcheggio introvabile, la fame, la sete, l’afa non li sentivamo più dalla prima nota. E anche alla fine del concerto, un sorrisone stampato sui volti di tutti noi, splendido pubblico dell’Olimpico romano, dove c’era gente davvero da ogni parte d’Italia, anche stranieri (forse hanno combinato la vacanza italiana con il concerto). Eravamo tutti soddisfatti, tutti paghi di un evento musicale che entrerà di diritto negli annali della storia del rock live. Perché i Muse possono essere elitari, complessi nei testi e nelle melodie, fissati con i complottismi e autoreferenziali, ma sono senza timore di smentita uno dei migliori gruppi progressive rock del pianeta…e hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia della musica e nel cuore di tutti noi, 60.000 musers che ricorderemo per sempre questo sabato 6 luglio 2013 con un grande sorriso e tante, indescrivibili emozioni. Grazie Muse…grazie davvero per tutto!

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